ROUTE RS DI ZONA – 2017

Sabato 29 Aprile, Foce Verde. Route di Zona.

Nel prato sotto il ponte, posto stabilito per l’incontro, iniziano ad arrivare i ragazzi dei vari Clan della zona pontina, ed è di nuovo route. Fin qui, siamo a conoscenza di due cose. Sappiamo innanzitutto che il percorso da svolgere nei giorni seguenti prevede di fiancheggiare Canale Mussolini partendo, per l’appunto, da Foce Verde, per terminare alle Ferriere due giorni più tardi. Sappiamo poi, come in ogni esperienza scout che si possa definire tale, che c’è una tematica principale ad accompagnarci lungo il cammino che ci si presenta, quest’anno, con il titolo: ‘gli eroi del nostro tempo’. Il resto lo scopriremo lungo il cammino.

Aspettiamo gli ultimi ritardatari, tempo di fare cerchio, di sederci a terra e si parte. Ci vengono presentati Patrizia Santangeli e Gabriele Rossi, rispettivamente una regista e un fotografo che ci parlano di un lavoro che li vede coinvolti da circa un anno. Un reportage su Borgo Montello, ormai noto per ospitare una delle discariche a cielo aperto più grandi d’Italia. Un lavoro che si propone di raccontare la vita di chi è cresciuto in quella zona e che, coraggiosamente, ha deciso di non abbandonarla. In particolare, Patrizia e Gabriele ci parlano di una famiglia la cui storia può apparire più significativa di altre. Una famiglia di contadini che, stabilitasi a Borgo Montello da anni, aveva trasformato il piccolo orto di casa in un’attività ortofrutticola la quale, riscosso un certo successo, gli aveva permesso di viverne. Il tempo passa e la già citata discarica di Borgo Montello nasce e diventa sempre più grande e i prodotti della nostra famiglia invendibili. Il messaggio di questa prima testimonianza arriva chiaro. E’ una strada di coraggio quella che apre questa famiglia davanti a sè. Come viene chiesto anche a noi di fare, davanti a un bivio loro scelgono la strada più tortuosa ma più coraggiosa. Non abbandonano Borgo Montello bensì scelgono di trasformare la loro attività ortofrutticola in un vivaio e di provare a vivere di questo. Quel Sabato, Patrizia e Gabriele, erano lì per testimoniare a noi che loro ce l’hanno fatta, che la loro nuova attività funziona e che la loro famiglia riesce ancora a vivere in serenità in quella terra che, a noi, potrebbe apparire irrecuperabile.

Iniziamo il cammino e la sera ci accampiamo in un terreno che il giorno dopo verremo a sapere essere stato confiscato a un Clan mafioso della zona. Dopo cena vengono allestiti tre fuochi di bivacco per gruppi di tre o quattro Clan ciascuno e nel corso della serata ogni Clan espone agli altri un eroe su cui gli era stato chiesto di ragionare e lavorare in preparazione a questa route.

Domenica 30 aprile. La giornata si apre con una seconda testimonianza. Questa volta è un giornalista, Marco Omizzolo, a presentarsi a noi. Ci parla della condizione degli indiani sfruttati nelle serre della nostra zona. Ci racconta come si è svolto il suo lavoro, non solo di denuncia, ma di azione concreta. Marco si fa assumere in una serra e vive a contatto con uomini e donne indiani costretti a una forma di schiavitù che è sopravvissuta ai nostri giorni e da cui non possono o non hanno i mezzi per scappare. Proprio lui ci spinge a porci questo interrogativo, a chiederci se realmente la schiavitù oggi si possa definire abolita. Perché possa essere data una risposta consapevole a questa domanda, Marco si è fatto ‘eroe dei nostri giorni’. Dalla sua missione ‘eroica’ ha tratto storie di vita che è venuto a raccontarci. Così ci presenta uomini costretti a chiamare il proprio datore di lavoro con l’appellativo di ‘padrone’, costretti a lavorare 12 ore al giorno lontani da casa per un euro e cinquanta o due miseri euro l’ora. Ci porta le testimonianze di donne costrette a rendersi oggetti in mano a ‘padroni’ che le trattano come tali, pur di non perdere quel poco che questo Paese e questa vita sono stati in grado di offrirgli. Non so quanti di noi fossero a conoscenza di come venissero diffuse droghe eccitanti all’interno delle serre in cui queste donne e questi uomini lavorano, allo scopo di renderli più produttivi, di eliminare la stanchezza data da tenore di vita disumano. E non so quanti di noi avessero pensato, prima che ce lo facesse notare Marco, che l’uso di droghe è contrario alla norme sancite dalla loro fede, fede che vengono costretti a nascondere o a rinnegare. La condizione di queste persone peggiora quando, data la poca conoscenza della nostra lingua, si trovano costretti ad affidarsi al proprio datore di lavoro per ogni pratica di tipo legale e a pagarlo a caro prezzo.

Grazie al suo lavoro, e non solo, alcuni di questi uomini e di queste donne hanno iniziato a prendere coscienza dei loro diritti e delle possibilità che con un pò di coraggio potevano aprirsi davanti a loro. Allora sono state sporte denunce, non prese in considerazione, archiviate e rimandate fino a renderle perse prima ancora di iniziare. Queste persone non hanno un volto, o un nome, davanti alla loro condizione la legge è cieca. Sono uomini come Marco a dargli due occhi per guardare, a chiamarli per nome, a dargli voce, speranza e consapevolezza. Quindi quell’uomo di nome Marco, che di mestiere fa il giornalista e che domenica mattina è venuto a parlarci di giustizia, buon ben essere considerato un ‘eroe dei nostri tempi’.

Arrivati a Borgo Montello, Alessandro Magliozzi e Fabrizio Marras ci hanno presentato l’eroe di quella tappa: don Cesare Boschin. Grazie a un video realizzato da Claudio Gatto, abbiamo potuto conoscere la storia di quest’uomo: era nato nel nord Italia, in un paese vicino Padova, e dopo essere diventato sacerdote è stato trasferito a Borgo Montello poiché nei primi anni ’60 questa zona era popolata in gran parte da emigranti veneti. Era molto attivo e disponibile ad aiutare la sua comunità: faceva infatti parte di un comitato che si riuniva periodicamente per far luce su alcune problematiche, in particolare quelle strettamente collegate alla discarica, come movimenti notturni di camion e scarico di sostanze tossiche, entrambi non autorizzati, e la diffusione di stupefacenti nella zona. Forse don Cesare era riuscito a metter insieme troppi pezzi di un puzzle camorristico ben organizzato e dopo aver ricevuto diverse minacce intimidatorie dei mandanti, probabilmente collegati a questo traffico di rifiuti tossici smaltiti illegalmente, hanno deciso di ucciderlo. Il suo cadavere infatti è stato ritrovato incaprettato la mattina del 30 marzo 1995 dalla perpetua nella sua camera da letto e nonostante siano passati 21 anni dall’omicidio ancora non si conoscono i responsabili.

Dopo aver passato la notte dormendo nel campo sportivo del borgo, il mattino seguente ci siamo rimessi in marcia e dopo quasi 3 km di cammino sono arrivati all’ultima tappa del percorso: le Ferriere. Ad aspettarci c’era la superiora della comunità di suore della Ferriere insieme all’ultimo eroe: santa Maria Goretti. Lei ci ha raccontato la storia di questa bambina che a soli 11 anni, in seguito a un tentativo di stupro non riuscito, è stata uccisa con diverse pugnalate dal suo stupratore, Alessandro Serenelli, che non accettava il rifiuto della ragazzina a non sottostare alle sue voglie. Nonostante questo, Maria poco prima di morire lo ha perdonato.

Dopo aver visitato la casa del martirio della santa, tutti i clan della zona si sono riuniti nel cortile antistante l’abitazione e ci siamo salutati con un sonoro “voga”.

Tutti gli eroi sopracitati, nonostante fossero molto diversi fra loro, erano accumunati da una scelta di fondo: fare del proprio meglio con coraggio e determinazione, ogni giorno, per il luoghi e le persone della loro terra.

 

Branca R/S SEZZE 1

 

 


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